IMG_2627       Edward Hopper    IMG_2623

Ho recentemente visto la mostra di Hopper al Vittoriano a  Roma. Avevo deciso di non recensirla. Ottimamente  allestita, erano stati messi in evidenza delle considerazioni  critiche sul grande Maestro estremamente interessanti. Tra  le altre rammento la notazione sull’influenza di alcune  famose tele di Hopper sulla cinematografia. Alfred  Hitchcock ad esempio. O Wim Wenders.
Era stato dato risalto a tele che recavano stupore  sull’osservatore. Ora mi è tornato alla vista una monografia  su Hopper e ho le sue opere in sequenza cronologica. E mi sono tornate in mente le sensazioni diverse che avevo avuto ammirando le sue tele nei musei di New York.
Dunque ho deciso di annotarle in queste mie brevi riflessioni.
Nell’opera di Hopper piuttosto che la realtà americana o gli  splendidi fari mi sono rimaste in mente le finestre, le vetrine, le aperture. Ci leggo il vuoto, il silenzio, il labirinto, l’estraniazione. Sembra che i suoi soggetto siano in fuga da qualcosa o da qualcuno. O solo da se stessi.
L’attesa. Attimi di sospensione. Come senza respiro. Senza  tensione tangibile. Attesa e basta. Per esemplificare quello che intendo ho scelto due quadri, entrambi svolti in scompartimenti di treni.
Il primo si intitola ‘Scompartimento C. carrozza 193’ del  1938 (olio su tela, 50,8/45,7 cm, Armonk, New York, collezione IBM Corporation).
La natura che si vede dal finestrino sembra un quadro. Uomo e Natura paralleli come rotaie. Lei chiusa in se stessa nell’atto di leggere. Concentrazione. Preoccupata? Serena?  Assorta? Sicuramente indifferente allo srotolarsi di splendidi panorami. Basterebbe ruotare gli occhi per prendere contatto. La natura è troppo, obbliga alla riflessione,  quantomeno induce l’uomo a sentirsi piccolo, può essere disarmante. E l’uomo non può che concentrarsi su una cosa un’azione su se stesso per trovare una dimensione  protetta.
Il secondo ‘Vagone’, olio su tela, 101,6/127 cm, New York, collezione privata, del 1965. Racconta il rapporto con gli altri, come visto da Hopper. Quattro personaggi nel vagone di un treno? Non sembra un treno, sembra un vagone. La vita? Viene narrato usando un  Tono di grigio cemento alle pareti, i finestrini che lasciano intravedere il nulla. Una signora legge, quella di fronte la  guarda. I due seduti più avanti sono senza volto, uno protetto addirittura da un cappello. Atteggiamenti apparentemente casuali. Finestrini che lasciano intravedere  il nulla. Il fuori ancora grigio, solo appena più chiaro del  tono cemento scelto sapientemente per descrivere il  vagone bunker. La porta pare murata ed è dello stesso identico colore antracite. La scelta di colori  prevalentemente freddi induce disagio. A sorpresa  prorompe il giallo. Insolitamente la luce dai finestrini grigi diventa gialla all’interno del vagone, ma di forma rettangolare, di una geometria compressa anche dalle ombre anch’esse rettangolari dei sedili. Un colore caldo compresso. L’autore pone ombre tutte uguali che riducono la fuga prospettica della luce gialla che diventa un corridoio, una guida, o forse segna una direzione che in fondo nessuno intende seguire.

                                                                                                                                                                                    Dott.ssa Francesca Romana Fragale