TURNER

Si comincia a creare solo quando si smette di avere timore”

William Turner

Per la prima volta a Roma, al Chiostro del Bramante, fino al 26 Agosto, curata da David Blayney Brown, è visitabile una favolosa mostra che riassume l’opera di Joseph Mallord William Turner. Tra i suoi tremila e passa suoi lavori sono state scelte solo novanta opere da lui non destinate alla vendita provenienti direttamente dalla galleria londinese Tate.
Con pennellate decise e di larga gittata il Turner ci regala straordinarie sfumature di ocra, blu cobalto oltremare, tracce di rosso scarlatto, sparati bianchi di piombo il tutto talvolta tracciato con carboncino e ritoccato probabilmente con le sue mani e per certo con la sua saliva, come ci raccontano i suoi migliori biografi.
Il Turner volutamente infrange tutte le regole delle accademie, delle quali era frutto.
Nato a Londra il 23.4.1775, il “pittore della luce” lascia questo mondo a Chelsea il 19.12.1851.
Famoso anche in vita usava tanto l’olio quanto l’acquarello ed ebbe la sorte di elevare la pittura paesaggistica a genere autonomo.
Figlio di William, barbiere e di Mary Marshall, donne sofferente e tormentata, che, dopo la morte della figlia, precipitò nell’abisso di un incurabile esaurimento nervoso e terminò i suoi giorni in manicomio nel 1804.  il giovane Turner dunque ebbe una infanzia a dir poco complessa finché non entrò alla Royal Academy School di Londra, dove espose solo quindicenne per la prima volta e poi vi tornò docente. Ebbe successo in vita.
Trovava pace recandosi nelle campagne inglesi per dipingere paesaggi dal vero anticipando la visione impressionistica del ‘en plein air’, al fine di leggere appieno l’energia e l’effetto della luce. Si recò nel Galles, in Scozia, in Francia e in Svizzera, finché lo scoppiare delle guerre Napoleoniche lo obbligarono a tornare in patria.
Redisse il “Liber Studiorum”, una raccolta di disegni rappresentanti le varie categorie dei paesaggi che risultarono per la prima volta codificate: il pastorale, l’epico , l’architettonico, il naturale, lo storico, allora molto in auge e il marittimo.
Le sue opere furono osannate o acerrimamente criticate perché non usava rifinire i suoi quadri secondo la pragmatica allora in uso nelle accademie.
Come tutti i grandi viaggiò molto e fu in Belgio, nel Paesi Bassi, a Parigi, Lione e Avignone, Firenze, Roma, Svizzera, in Tirolo e nel Nord Italia. Da tutti i luoghi traeva ispirazioni talvolta visive e talaltra oniriche o mere sensazioni trasposte mirabilmente sui suoi lavori.
Tornato a Chelsea nel 1846 divenne schivo e ombroso e dedito all’alcool. Quando morì nel 1851 a settantasei anni gli furono riservati funerali solenni e il suo corpo fu sepolto a Londra nella cattedrale di San Paolo.
Ebbe contezza della teoria dei colori di Goethe, nel 1841 tradotta in inglese, nella quale il Vate asseriva in via di rivoluzione che: “non è la luce a scaturire dai colori ma il contrario”.    La luce genera il colore dunque anche per Turner e vive come entità propria, talvolta unica di talune sue opere dove si giunge alla totale trasfigurazione delle forme.   Il Turner talvolta tende all’astrattismo, non solo in senso pittorico ma anche filosofico. Le sensazioni prevalgono sulle forme e questa sua visione dell’Arte lo consacra nell’Olimpo della Pittura.    Talvolta riportava su tela immagini solo ricordate, effetti di evanescenza della luce e della mente, nelle sue piogge e nelle sue onde si legge un intimo fluttuare.   Non rappresenta la Natura, legge i luoghi, i paesaggi, i tramonti, le forze antagoniste come specchi per svelare attimi sensoriali che lasciano tracce indelebili nell’animo del l’osservatore.    Non lo considero precursore di movimenti successivi, anche se alcuni suoi illustri posteri trassero da lui ispirazione. Reputo Turner un capitolo a parte della storia dell’arte, un luogo a se, un paesaggio irripetibile.

Dott. Francesca Romana Fragale