SESSANTA ANNI MOLTO BEN PORTATI “IL GATTOPARDO”

01/10/2018
SESSANTA ANNI MOLTO BEN PORTATI “IL GATTOPARDO”

SESSANTA ANNI MOLTO BEN PORTATI

Proprio così : da sessant’anni ” Il Gattopardo ” è un classico della nostra letteratura.

Pensare che gli ultimi anni di Giuseppe Tomasi di Lampedusa furono così amareggiati dai tanti “no” delle case editrici alle quali aveva inviato il manoscritto perché fosse pubblicato! C’è chi ha scritto un saggio molto ben documentato su questa tormentata “coda” dell’esistenza del nobile scrittore siciliano, il cui fulcro è il “gran rifiuto” di Elio Vittorini (ovvero, dell’Einaudi) (1) Fu probabilmente il colpo di grazia per le residue speranze di Tomasi, che magari aveva cullato il sogno che un suo conterraneo e quasi coetaneo gli avrebbe dimostrato un minimo di simpatia. Non fu così : il romanzo fu pubblicato da Feltrinelli nel 1958, cioè quando l’Autore era morto da un anno.

L’immediato, grandioso successo fu causa di acrimoniosi ( quanto fondati) attacchi di addetti ai lavori contro Vittorini  per la sua colpevole cecità e, soprattutto , per l’atteggiamento di irremovibile chiusura e ” becero” diniego. Poi, tanto il tempo quanto una meno acrimoniosa interpretazione della vicenda e consapevolizzazione dei fatti, hanno ridimensionato e trovato le ragioni del comportamento “colpevole ” del fondatore de “Il Politecnico” . Fu tenuto presente che egli aveva fondato presso Einaudi la collana “I Gettoni”, che si ispirava a determinati  requisiti estetici  e letterari, da lui non ravvisati  nel manoscritto pervenutogli da Tomasi  di Lampedusa. Insomma, egli non stroncò  ” Il Gattopardo”  per demerito, bensì per “disallineamento” disarmonico dai canoni “gettoniani”. Che poi se ne sia pentito amaramente  non ebbe solo rilevanza personalistica,  ma fu anche causa di rilevantissimo danno economico per l’Editore per il quale lavorava. E sì , perché  ” Il Gattopardo” cominciò a vendersi a migliaia di copie non solo nella lingua natia, ma anche in francese, inglese, spagnolo, tedesco ed altri idiomi . Il colpo di grazia per Vittorini fu la versione cinematografica  del romanzo ad opera di Luchino Visconti: dal 1962 ( data del film) al 1966 (morte di Vittorini)  tanti furono i “bocconi amari”  che dovette ingoiare. Il capolavoro cinematografico, in ogni suo aspetto , a cominciare dalla sceneggiatura ( Visconti, Cecchi d’Amico, Franciosa e Festa Campanile)- incontrò un successo planetario. Così lo spirito amareggiato e inquieto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa trovò definitivamente pace…

2.”Noi fummo i Gattopardi, i Leoni…”

Siamo in Sicilia, all’epoca del tramonto borbonico. Protagonista della scena (e del romanzo) è una famiglia della più alta aristocrazia sicula, che vive il momento cruciale del trapasso dai vecchi ai nuovi tempi in modo critico e lirico insieme, soprattutto nella persona del Gattopardo, ovvero Fabrizio Corbera, Principe di Salina, il cui stemma araldico è, appunto, un gattopardo coronato e rampante. Immedesimandosi nel protagonista , lo scrittore concede assai poco all’intreccio ed al romanzesco, così adusi e cari alla narrativa europea  che ancora si specchia nell’Ottocento, ma si attiene al “copione” che si è scelto, ovvero raccontare la storia che si compì nel Regno delle due Sicilie ed il resto dell’Italia  (Vaticano escluso) tra maggio 1860 e novembre 1862, ad un anno dal plebiscito (” annessione”), quando ormai il disegno di Cavour è realizzato e la monarchia sabauda è diventata nazionale . Anche se ci sono la morte del Principe (luglio 1883)  e l’epilogo (maggio 1910) , rispettivamente parte VII e VIII , il romanzo in quanto rievocazione storico-ambientale  e descrizione sociopsicologica  di personaggi e situazioni, termina con la fine della parte VI , ovvero con il ritorno nella magione avita palermitana dopo il ballo nel palazzo dei Pantaleone.

Lì la vecchia aristocrazia ed i notabili della classe imprenditoriale e professionale emergente sono convenuti sia per felicitarsi reciprocamente per l’ottimo epilogo di quella che appariva una pagina drammatica, sia per gratificare il colonnello Pallavicino, che per l’ennesima volta si autoincensa raccontando l’episodio, in cui lui, alto ufficiale dell’esercito piemontese, ferì il “generale” Garibaldi per porre freno all’avventura di quegli irregolari rossocamiciati che poco avevano a che fare con il tricolore. E pensare che quel personaggio “irregolare”  aveva consegnato a Vittorio Emanuele praticamente tutto il Mezzogiorno incontrandolo a Teano il 12 ottobre 1860 , dopo la vittoria al Volturno sull’esercito borbonico di pochi giorni prima; lo aveva salutato “re d’Italia” . Due anni, ma quasi un secolo! Tutto a pennello,  anche per i Siciliani, i quali “tutto ciò che vogliono”  è di non essere turbati, destati dal loro letargo  secolare ” essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare ”  perché tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente : la sensualità è desiderio d’oblio ; desiderio di immobilità voluttuosa , cioè ancora di morte ” (p.121). Questi giudizi, ovvero questo ritratto, sono esternati dal Gattopardo al ” missus dominicus” Chevalley  di Monterzuolo, venuto ad offrirgli un seggio nel Senato  del Regno d’Italia, perché si persuada che un vecchio Gattopardo  non potrebbe snaturarsi per vestire un’altra essenza , giacché appartiene alla vecchia classe ( quella dei Gattopardi, dei Leoni, per intenderci) “irrimediabilmente compromessa  col regime borbonico  (…), una generazione disgraziata a cavallo  tra i vecchi tempi e i nuovi”, perciò non può accettare l’offerta , che pure lo lusinga. Quel che è peggio – e questa è l’amara , definitiva sentenza  ” i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione  che credono di essere perfetti , si sentono dèi : La loro verità e più forte della loro miseria”  (ivi).

3.”…poi verranno gli sciacalletti, le iene,e si crederanno il sale della terra”.

Attraverso il suo sguardo empatico, quindi non sempre critico, Tomasi-Gattopardo  procede nella realistica analisi della sicilianità , più difetti che pregi : vorrebbe sbagliarsi, ma conclude pensoso che questo stato di cose “non dovrebbe poter durare, ma durerà, sempre (…) , un secolo, due secoli…; dopo sarà diverso, ma peggiore e tutti quanti: Gattopardi,sciacalli e pecore continueranno a credersi  il sale della terra” (122). Insomma: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è , bisogna che tutto cambi”(p 21).

Conclusione

A volte l’Autore sembra calarsi nel clima della “Conversazione in Sicilia” e non ci sarebbe granché di strano dal momento che anche oggi la peculiare fisionomia del romanzo di Vittorini (1941) , ovvero una sorta di “monologo interiore” suggestionato dai romanzieri americani, avrebbe esercitato grande influsso sulla narrativa italiana(2). Allorché prende le distanze dal protagonista gattopardesco, la sua scrittura agile, godibilissima ed essenziale ci rappresenta la propria terra viva, animata da spirito àlacre, ampiamente consapevole  delle problematiche storiche, politiche e culturali a lui contemporanee, operando – nel contempo-  continui raffronti con la Sicilia degli anni Sessanta dell’Ottocento , quella delle camicie rosse, di Franceschiello, dei Sedàra, cioè quelli che presero il posto , quale classe borghese, dei notabili aristocratici del Regno delle due Sicilie. All’occorenza il romanzo assume una dimensione romantica e e storico-nazionale , retaggio della cultura del Risorgimento , la medesima tanto cara al De Sanctis, il quale concepì la prima storia letteraria italiana non come florilegio di belle pagine di famosi autori, ma come profilo delle svolgimento storico delle lettere e delle arti: insomma, della cultura nazionale.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa non ci pensa davvero a “chiedere scusa ai lettori” (come Corrado Alvaro e Leonardo Sciascia) per gli errori e per i vizi dei Siciliani: essi sono proprio così come li descrive. D’altronde, “la ragione sbaglia quando non vede” (3) .

                                                                                                                                                                 Aldo G. Jatosti *

Roma, 12 settembre 2018

*Critico AICL  Ass. Int. Critici Letterari

(1) A. Vitello, “Alla ricerca di un editore”, Sellerio, Palermo 1987.

(2) “Conversazione in Sicilia” fu edita anche negli USA nel 1949 con una entusiastica prefazione di Ernest M. Hemingway.

(3) L. Sciascia, “Nero su nero”. Diario di letture e di interventi, Einaudi, Torino 1979.