LA GENESI DELL’EFFETTISMO

27/02/2020
LA GENESI DELL’EFFETTISMO

LA GENESI DELL’EFFETTISMO  

L’Effettismo è stato ideato da mio padre e maestro Franco Fragale.
Era una persona ironica e piena di energie, ingegnere meccanico, pittore, scrittore, accademico.
A casa nostra eravamo in cinque, Angiolina Barone Fragale, la moglie scrittrice, Alessandra la figlia biologa, Barbara la figlia architetto e io la figlia avvocato penalista.
C’è sempre stato un grande scambio culturale. A casa nostra c’erano libri e pennelli.
Come noi, Franco ha iniziato a dipingere all’età di quattro anni, come rifugio alla prematura perdita del padre avvenuta in Africa al tempo delle colonie.
Rifugiatosi a Castel Madama con la mamma e la sorella, presso il nonno medico, ebbe il primo maestro, il pittore del paese. La sua biografia pittorica è nota, ma quantosinora era doveroso per spiegare la genesi dell’Effettismo.
Dopo complesse peripezie la fase di calma: di nuovo a Roma, dopo avere esposto e girato molto, cominciò a comprendere che il mondo dell’arte era fallace. Eppure era una periodo nel quale si vendeva, i galleristi chiedevano una percentuale e tutto più o meno procedeva.
Il polo dell’arte dalla scuola Romana si stava spostando su Via Margutta. La nascita dell’Associazione Cento Pittori di Via Margutta fu una ventata di freschezza, senza gallerie, senza critici d’arte. Per la prima volta osservatore e artista senza mediazione.
Ai tempi della Parigini, De Magistris, Vespaziani e Fragale si unirono per dare un senso nuovo alla ribellione. Anche se all’epoca Leonardo De Magistris aveva le gallerie e mio padre aveva già esposto moltissimo, in Italia e all’estero, convennero che il sistema andasse riformato.

Passano i decenni.

Prende piede il computer, sempre più anche nell’arte.
Inoltre per la prima volta emerge in modo imperante il concetto della riconoscibilità dello stile dei Pittori. L’unico modo per diventare noti era quello di acquisire uno stile proprio, dicevano critici, gallerie e dinamiche del mercato.
Franco Fragale comprese da subito che occorreva prendere posizione, motivato dall’idea che il nodo focale dell’arte era creare stupore emotivo con l’osservatore attraverso il rispetto della tradizione nel solco dell’innovazione.
Che occorreva arginare il plagio creativo, l’uso smodato di proiettori o computer, le copie in serie, la riconoscibilità dello stile pittorico, criterio imposto dal mercato.

Aveva un grande stima per il Prof. Vittorio Sgarbi perché estremamente colto e affascinante come persona. Ma per il resto reputava inutile il ruolo di chi debba leggere un’opera e che a suo avviso il meccanismo era scientifico, di riconoscimento empatico.
Discutemmo tutti a lungo, finché, molto prima della teorizzazione dei neuroni specchio, abbracciammo le teorie dell’impatto dell’arte sugli emisferi del cervello umano.
A quel punto pubblicò la prima edizione del suo Manuale di Pittura, nel quale emergeva la sua peculiarità di ingegnere e pittore, specialmente nella chimica dei colori e nella prospettiva. Ha fondato una scuola, e per cinque magnifici anni siamo stati suoi allievi.
Già nella prima edizione del Manuale, ma più compiutamente nella seconda, in appendice pubblicò le sue teorie ispiratrici dell’Effettismo.
Quando poco dopo stava per andare nei Verdi Pascoli mi disse espressamente che avrei dovuto portare avanti il testimone.
In quel periodo io dipingevo ma ero anche un lanciato avvocato penalista dell’ambiente che conduceva importanti battaglie nazionali ecologiste. Avevo pubblicato otto libri.
Feci in tempo a dirgli che avrei sospeso le mie attività professionali per portare avanti il suo/nostro progetto.
Mi sospesi volontariamente dall’Albo degli Avvocati Cassazionisti, convertii il mio studio legale in via Germanico nella sede degli Effettisti e mio atelier e cominciai ad attendere il momento giusto per raccontare questa storia.
Prima mi faceva male troppo raccontare che toccava a me perché lui è nell’Aldila’.
Veniamo a noi oggi: in questi anni sono diventata il vicepresidente dell’Accademia Internazionale d’Arte Moderna, ho dipinto a tempo pieno, ho scritto molti articoli di recensioni di mostre nazionali, ho esposto moltissimo.
Sono stata insignita da una laurea Honoris Causa dall’Accademia Internazionale dei Dioscuri.
Nel frattempo ho cominciato a visualizzare la figura del pittore Effettista: bravo disegnatore e pittore, originale e colto, possibilmente con tante storie dentro. Per me l’artista deve raccontare il suo vissuto, le sue esperienze per riuscire a comunicare qualcosa di unico.
Unendo tutto ho redatto il Manifesto e cooptato un esiguo numero di Persone Pittori che avessero le caratteristiche di Effettista.
Nel nostro momento non ci riconosciamo con l’Arte delle Biennali, che scelgono sovente trend di moda che scimmiottano una certa Arte americana favolosa ma datata. Non apprezziamo l’arte che arreda.
Vogliamo il ritorno al cavalletto, alla tecnica pittorica. Per preservare l’arte italiana e come reazione all’imperante crisi economica e di Valori.
La novità è il racconto di una cosa privata, intima o nuova, o la visione di qualcosa già raccontato ma con una innovazione tecnica. È il vissuto di una persona che rende un’opera interessante o bella o che induca in riflessioni.
Oggi gli Effettisti sono: Claudio Morleni, Josè Dalì, Elisa Camilli, Emanuela Corbellini, Daniela Di Bitonto, Andrea Festa, Ivan Vicari Mario Bresciano, Mario Nicosia, Daniela Delle Fratte, Elvira Sirio, Francesca Falli, io. Su ognuno di loro si potrebbe scrivere un romanzo.
Ognuno racconta storie diverse, in modo diverso. L’Effetismo non ammette un accordo sull’utilizzo di una data tecnica o di un certo soggetto.
Il pittore è libero, ma non può copiare, plagiare, usare strumenti antichi o moderni che inficino la purezza dell’originalità del moto creativo.
Il 20 Novembre, nel cuore di Roma alla Cappella Orsini, con grande emozione, abbiamo firmato in pubblico il nostro Manifesto, esponendo per la prima volta insieme i nostri racconti.
Francesca Romana Fragale