DAL CAOS DELLA PANDEMIA ALLA SALVEZZA NELL’ARTE

02/06/2020
DAL CAOS DELLA PANDEMIA ALLA SALVEZZA NELL’ARTE

 

Ercole Bolognesi “Corona memory” cm 40×40 accrilico/tavola

      Francesca Romana Fragale “Pensieri”  olio/tela cm 30×30

 

DAL CAOS DELLA PANDEMIA
ALLA SALVEZZA NELL’ARTE

               Lucrezia RUBINI                                                                                                                      

Molti artisti mi hanno confessato, sommessamente, che, a differenza degli altri, stanno vivendo un periodo di grande serenità, di attività indefessa, estremamente proficua per la produzione di opere.

Nel silenzio e nell’isolamento del suo studio, l’artista, lontano dai clamori del mondo, svolge il suo percorso “diverso” di ricerca. Tali condizioni sono per lui abitudini mai dismesse, che pertanto non costituiscono una difficoltà in tempi di  lockdown: siamo noi che non riusciamo a stare da soli, a guardarci dentro, ad ascoltare la nostra anima, ad introiettarci; siamo noi che abbiamo bisogno sempre di conferme dall’esterno, di riconoscimenti, di affetto esternato necessariamente fisicamente.

L’immagine iconica, quale è quella artistica, richiede l’abbandono di abitudini in noi radicate, sia nella produzione, sia nella fruizione. Siamo portati a pensare l’immagine come un prodotto consolatorio, destinato al piacere dei sensi, evasivo e incantante, frutto di virtuosismo estetico: essa è invece il frutto di un percorso profondo dell’anima e nell’anima. L’immagine è un riscatto dalla finitudine umana, segnata dai limiti che le sono propri: il tempo della morte e lo spazio della reclusione. L’isolamento e il silenzio sono il contesto topologico della contemplazione creativa.

Altra condizione fondamentale per la produzione creativa è il “vuoto interiore”, la tabula rasa su cui poter scrivere da capo, ab origine, rinunciando ai clamori del mondo e sacrificandosi, mediante una sorta di morte e resurrezione dell’anima. L’accoglienza e la contemplazione, la rinuncia, la segregazione, una sorta di vita monastica, permettono di purificare dall’inquinamento acustico, luministico, percettivo, dal bombardamento continuo dei mass media e, ancor più, dei social, restituendo all’essere la sua dimensione intima, riflessiva, nel senso di ri-flettente, ovvero ripiegante su sé stessa e in sé stessa, per guardarsi dentro.

Questo recuperato “spazio dell’anima”, in un luogo-non luogo, potrà aprire porte, regali, dove abitano gli invisibilia: strumento d’accesso a questi sono le espressioni dell’arte visiva e musicale (o entrambe nelle arti della danza o drammatica).

L’immagine è utopia nel senso filosofico del termine. Lo è in quanto è fuori dal luogo e dal tempo; per sua natura ci presagisce il futuro dell’umanità e del nostro stesso futuro.

Ecco, di contro alla depressione, allo scoraggiamento, alla paura, all’ansia, l’arte riesce ad attivare percorsi “altri”, salvifici, in quanto fa appello a dimensioni del sentire che vanno oltre la logica, oltre la razionalità.

Si tratta della dimensione del simbolo, del trasferimento in un luogo- non luogo di eventi che attraverso l’arte vengono trasfigurati e trasformati in qualcos’altro.

In questo senso l’arte, e, a mio avviso, solo l’arte, può apportare nei tempi odierni non semplicemente un contributo specifico, come potrebbe fare la psicologia, o la religione per chi crede, o la meditazione, ma essa costituisce l’unica via salvifica, in quanto diversa e divergente, eppure capace di approdare al nucleo del problema, attingendo dall’animo umano quelle risorse che, come corde intoccate e intoccabili, vengono agganciate e fatte emergere alla coscienza e alla consapevolizzazione, senza passare per la conoscenza.

Dunque dall’intuito e dalla dimensione patetica si potrà innescare tale processo di riconoscimento del sé profondo e indelebile, proprio perché immateriale.

Un processo induttivo che dall’universale, dal caos indistinto, approda all’individuo, per poi ritornare a rispecchiarsi di nuovo nel macrocosmo, di cui pure quell’individuo è, non punta d’iceberg, ma vettore.

La conoscenza, infatti, è inutile e impotente difronte a questo fenomeno salvifico, che l’artista veggente, sciamano, profeta, demiurgo, è in grado di innescare. Questo perché l’artista è recettore sensibilissimo, per la sua vibratilità fortissima; ha sentore di ciò che lo circonda, ne è sensiente, in quanto sensitivo e sapiente, e rivive in sé gli engrammi di warburghiana memoria, che vibrano nell’umanità[1].

L’artista, capro sacrificale del dolore del mondo, capace di accogliere gli antichi monstra, che ciclicamente si riattivano, rivive in sé un Tutto- Caos che poi riversa con un’implosione immediata, ovvero non mediata dalla logica, nell’opera d’arte, restituendo quel dolore come bellezza e armonia.

L’opera d’arte dunque si carica di energie, anzi riattiva engrammi, mediante flussi centripeti (implosivi) e centrifughi (esplosivi). Con un effetto ping-pong, l’opera sembra animarsi e vivere di vita propria, in una sorta di animismo recuperato: l’oggetto che stiamo guardando, allora, diventa soggetto e sentiamo che ci ri-guarda!

Quel crogiolo di energia ad alta tensione, che è la creatività, attiva processi dionisiaco-apollinei, che dialogano con l’immateriale. Se il male è materiale, il suo contrapposto potrà essere, non una materia più forte, ma un immateriale che saprà innescare energie da altri luoghi non topologici.

L’immateriale, a cui faccio riferimento, scaturisce da una dimensione mnestica, attinta dall’artista, mediante la sua azione intuitiva, al patrimonio primordiale dell’umanità, ovvero essa è memoria inconscia e collettiva, ereditata e poi rimossa.

Nell’opera d’arte, che ha caratteristiche materiali, si innesta, anzi emerge, un’eccedenza, un quid, che va oltre il visibile, che pure da quel visibile ha origine. Tale quid può essere identificato in un pathos primordiale, al quale è necessario risalire, per poter percepire quanto l’artista riesce a riversare, a caricare, nell’opera d’arte, per poi restituircelo, tramite il diaframma dell’opera d’arte stessa.

Solo ripercorrendo tali percorsi del pathos primordiale, attinti dal moderno demiurgo-artista e tracciati nell’opera d’arte, l’Uomo potrà riconoscere sé stesso, l’altro e la Natura che lo circonda, riarmonizzando tale trilogia e sanando le ferite che l’antropocrazia, protratta per millenni, ha inciso nella Terra, nell’acqua, nell’aria, nelle piante, nei cibi, negli animali, nell’uomo stesso. Solo la reinvenzione, la metamorfosi, i simboli, la visione da un altro punto di vista, potranno rivelare altre possibilità di democrazia, di condivisione e di non prevaricazione, pur aprendo ad un futuro sviluppo sostenibile.

L’arte riscatta: dalla dipendenza dall’Immagine – in quanto idolo e mito- e dalle immagini- in quanto ostentazione-, propinate dalla società; dalla materia, in quanto consumismo; dall’avidità, in quanto status symbol; dal potere e dal successo, in quanto vanità, mentre apre: all’umiltà, alla condivisione, alla solidarietà, al sentirsi tutti parte dello stesso Tutto, pateticamente compartecipato, con senso di appartenenza. L’arte ha una funzione specificamente salvifica, ma non risolutiva: le soluzioni comportano scelte logistiche, affidate alla politica. Eppure, una politica che sapesse avvalersi di strategie creative, sarebbe in grado di escogitare nuove soluzioni per vecchi problemi, uscendo dai soliti schemi, dai soliti circoli viziosi oppositivi: perché la creatività è armonia degli opposti. Se la logica discrimina, ragiona, distingue, la creatività individua nuove connessioni, perché attinge ad una dimensione più profonda, che è quella dell’anima.

Ecco, ritengo che è attraverso queste dimensioni, che una moderna politica potrebbe caricarsi di valenze neoumanistiche, di respiro universale e non individualistico, ed è per questo che considero l’arte, l’unica via possibile di salvezza per l’Umanità, da intraprendere con urgenza.

 

[1] Su queste tematiche si veda Aby Warburg, La rinascita del paganesimo antico. Contributi alla storia della cultura raccolti da Gertrud Bing, (1932), 2000, pp. 1-58.